UN AMORE NON TRADIBILE: LA BICICLETTA.

“Un giorno con la mia invenzione si renderà inutile l’uso del cavallo da sella” 1816.
Karl Drais , Karlsruhe 1785-1815, inventore del primo velocipede (laufmaschine) senza pedali o Draisina; quando a seguito dell’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, la cenere arrivata anche in Europa oscurò il sole, riducendo in maniera drastica la produzione di foraggio e morirono di fame moltissimi cavalli (qualcosa che ha a che fare con l’epoca moderna? sostituendo il foraggio al petrolio ed il cavallo all’auto).

“La pratica delle bici favorisce i contatti, la riscoperta dell’altro ed obbliga a far attenzione al tempo ed allo sapzio. Quando ci si sposta in bicicletta si è più attenti agli altri, si sviluppano relazioni umane più dirette in un’epoca in cui la tecnologia e le abitudini le rendono più astratte”. Marc Augé, antropologo, da eloge de la biciclette” Payot Ed. 2008.

Questa mia storia ciclistica od antica passione e relativi commenti intanto potrebbe iniziare dicendo che sono nato nel 1933, ma di fatto si può far ricominciare quasi dalla fine, quando nell’estate di 8 anni fa andando in mountain bike sulle alture della mia Liguria di Ponenete incominciai a lamentare all’inizio mentre mi erpicavo su una strada sterrata che, continuando, mi portava sui 1000 metri dal livello del mare, dei forti dolori alla regione cervico-dorsale, irradiati anterirmente al petto: dolori che peraltro non mi faceva fermare perché notavo che, pedalando… pedalando… andavano del tutto scemando sino a scomparire quando cominciavo a riscaldarmi.
Mi dicevo: “è la solita mia artrosi cervicale che con il fresco (partendo al mattino presto), la posizione e lo sforzo mi fa male e poi andando anche forte man mano che salgo se ne va… no, non può essere angina” e così raggiungevo la meta.
La consapevolezza che ero ancora forte e che potevo dall’alto osservare in mezzo ai monti delle mie Alpi liguri il lontano azzuro del mare, mi dava insieme alla fatica una grande gioia ed ebbrezza che vieppiù aumentavano nella discessa, pur con la consapevolezza che comunque  dovevo stare attento ai pericoli dello sterrato accidentato che erano sempre in agguato. Ed avevo anche il confronto della mia bici alquanto tecnica e quindi ben molleggiata che mi aiutava a superare gli ostacoli e cosi non subivo troppi contraccolpi sulla colonna, proprio quella che ritenvo mi facesse male sin dall’inizio.
Mi dimenticavo del doloroso impatto iniziale e poi continuavo a non vedere proprio ad un’insufficienza coronarica non essendo un soggetto apparentemente a rischio.

La verità vera venne però fuori quando, tradendo saltuariamente la bicicletta o tra una pedalata e l’altra, facevo anche un pò di footing. Era lo stesso dolore, forse un pò più tipico, che ricompariva e che in questi occasioni insistendo nel correre mi costringeva a fermarmi e da fermo in breve mi passava, ma ugualmente si ripeteva ogni ripresa della corsa e così via. Questo era sì altamente sospetto per angina per cui feci subito un ECG sforzo che svelò la sua vera natura: un’insufficienza coronarica. Mi dettero le solite terapie e stetti meglio, ma un giorno affrontando in bici, anche se con una certa prudenza, una salitella dopo un pò mi dovetti proprio fermare senza proseguire, mi recai al mio ospedale: ricovero urgente per un’ischemia miocardica anche se il dolore era cessato.

Quindi la normale trafila: coronarografia con riscontro di stenosi multiple ed infine un Bypass a metà aprile. Tutto andò bene ed un mese dopo partì per San Francisco per il Congresso annuale della Amercian Society of Gastroenterology, un appuntamento a cui non volevo mancare. Seguì i lavori, stavo bene ed ero tornato normale: mi aveva ormai preso quella che io definisco la “sindrome del sopravissuto euforico”, di colui che avendo scampato un serio e potenzialmente mortale pericolo incomincia a vivere con una visione diversa della vita e forse un pò sopra le righe.
In un pomeriggio caldo di riposo mi recai al porto, i famosi Piers o moli di San Francisco, dove vidi che affitavano le biciclette. Ci meditai un pò su: le ferite esterne erano ben cicatrizzate e io stesso arguivo che fosse per quelle interne, avevo fatto la rieducazione, avevo già camminato tanto, tutto mi faceva pensare che sarei riuscito a fare un bel giro e così affittai quella che mi sembrava la migliore. Di fronte avevo il Golden Gate che in altri occasioni avevo attraversato baldanzoso, il richiamo era irresistibile, perchè non riprovarci: la gamba c’era, il fiato ugualemente ed in breve prendo e parto. E poi non ero negli USA, nel regno della migliore cardiologia?

Chi lo conosce sa che all’inizio il Golden Gate è piuttosto ripido: si arriva su una collinetta dove si attaccano i famosi cavi di sostegno, ma usando un rapporto adeguato la supero ed arrivo al centro del ponte anche con un discreto vento contro, il punto più alto da dove sotto ben si vede l’Alcatraz e da qui poi tutto diviene più facile. Stavo dimostrando “in vivo” che, grazie ai cardiochirurghi bolognesi, il Bypass era riuscito prerfettamente e che potevo tornare ad andare in bicicletta e così, una volta rientrato in Italia, ripresi ad andarci; dapprima lentamente per andare in ospedale e quindi gradualmente ha ripreso a farlo da sportivo ed ancora in Mountin Bike, come per il passato, ma per demonizzare ulteriormente la sfortuna mi presi anche una bella bici da corsa per fare del vero ciclismo sportivo, che tuttora settimanalmente continuo a fare.
Fate queste premesse avrete compreso che amo molto la bicicletta, anche con qualche azzardo, la uso quotidianamente per spostarmi e vorrei che questo amore fosse sempre più condiviso.
Come quasi tutti gli italiani ho imparato da bambino, tanto che spesso mi chiedo perché i nostri genitori e noi stessi insegniamo, come una cosa ineludibile, ad andare in bicicletta ai nostri figli, e poi alle loro richieste neppure troppo insistenti ed incalzanti, compriamo loro, appena l’età lo permette, un motorino o possibilmente un’auto. Non si tenta neppure più di convincerli a continuare ad anadre in bici, poiché far usare la bici, crescendo, sembra porli in una condizione di inferiorità, di essere un pò all’antica o retrogradi, oltreché troppo spartani od anticonformisti.

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La Bicicletta – Radicinelcemento.

Non voglio tuttavia fare il castigatore di costumi anche perché ragioni per questa condotta incongrua ne esistono: sono da una parte ovvie come le distanze, l’assillo del tempo, il clima o dettate da opportune preoccupazioni per i pericoli ed alcuni disagi insiti nel mezzo, ma dall’altra non proprio così chiare o giustificabili, specie se si abita in un paese, in città e/o nella sua immediata periferia senza troppe salite.
Amo la bicicletta perché permette di andare in quasi ogni punto della città nel raggio di 5-6 km di distanza senza dovere guidare in mezzo al traffico una noiossisma auto che ormai non sempre ci fa anadre dove vorremmo, dati tutti i divieti di cui siamo circondati, e nel tempo che vorremmo, perché non ci fa consumare benzina e quindi ci fa sentire nobilmente ecologici od ambientalisti, perché la bici ci fa fare del moto, consumare calorie; unendo davvero l’utile al dilettevole, e spesso ci fa sentire più giovani di quanto, ahimé non siamo ed infine ci fa scoprire o riscoprire la propria città o il proprio paese ed il suo circondario, campagna o mare che sia. Ci fa vivere la vita dei suoi cittadini, vedere cose a cui non ci avvincineremo mai, ci fa solidarizzare con persone che non conosciamo od incontrare quelle che non avremmo più visto o se non raramente.
Ci fa osservare purtroppo anche come la città non ami in realtà i suoi ciclisti così come i suoi pedoni, e ciò si vede da come si comportano gli automobilisti ed i “motorettisti” i quali sembrano che molto spesso mal li sopportino, in fondo odiandoli e … non sempre a torto (con sentimenti peraltro reciproci). E non l’amo solo quando vado al mare o comunque in vacanza. Con una bici ed un pò di allenamento, ma neppure tanto, infine si possono fare al giorno comodamente almeno una ventina di chilometri.

E’ pur vero che si corre il pericolo di essere investiti o che dall’auto ti aprano la porta in faccia, che le strade in genere sono in uno stato pietoso e che le piste ciclabili in Italia non sono proprio il meglio per percorrerle in bici, a causa della cattiva manutenzione o per il continuo rifacimento dell’asfalto: ora per i tubi del gas, ora per quello dei telefoni, le fibre ottiche, le radici degli alberi, i tombini, etc. che mai riportano la pista alla sua iniziale scorrevolezza. Importnate è passarci sopra e resistere.

E’ vero anche che si può avere qualche incidente di percorso o meccanico, ora con le moderne tecnologie in realtà quest’ultimi molto pochi, ma alla fine si va e si sta bene fisicamente e mentalmente, dando maggiore spazio a più sereni pensieri, specie se non si fanno solo i percorsi cittadini, ma anche quelli meno accidentati e più tranquilli: questo accade  accade specie se stimolati dal nostro istinto ludico, si voglia fare un pò di vero ciclismo sportivo, non fanaticamente od in sottese sfide con i compagni d’avventura o solo con se stessi.
E qui viene la domanda: con quale bici fare tutto questo? Forse una sola, da passeggio, non basta; non basta anche se non troppo pesante ed equilibrata, poiché ormai non esistono solo le superspecialità mediche, ma anche quelle sportive ed in particolare quelle ciclistiche ; per questo consiglio, se uno vuole fare il ciclista seriamente, di procurarsi, lasciando le vecchie ed eleganti bici ma un pò retrodatate, almeno due bici una per città, bici già alquanto tecniche che ora con un anglicismo chiamano citibike possibilmente con le forcelle molleggiate, con un buon cambio, possibilmente a 2/3 moltipliche anteriori e 7 rocchetti posteriori, un’altra semisportiva con copertoncini con o senza parafanghi, un buon manubrio e buoni freni oltre che moltipliche adeguate al proprio ruolo fisico per piano e per salita. Se uno vuole spingersi oltre e vuole fare non solo il ciclista ma dello sport vero, sposando il ciclismo come suo sport di scelta e lascinado il foofting, la palastera, etc. deve scegliere intanto se andare con una Mountain Bike o scegliere il ciclismo sportivo per le strade normali fuori città, con bici che per questo hanno una struttura totalmente diversa: naturalemnte a queste scelte si deve adeguare il prorpio abbigliamento incominciando dalle scarpette, così come altrettanto diverso deve essere l’abbigliamento a seconda delle stagioni. E diversi sono anche i costi: una bici base (senza forcella ammortizzata), che possa dare un pò di affidabilità e da città, ha un prezzo minimo credibile di 250/300 euro, una meglio fornita sui 500, un buona ibrida sui 1000, mentre una da corsa può costare anche più di 5.000/6000 euro (telaio in carbonio, etc).

Ormai in bici sia in città che fuori si può andare tutto l’anno e vi può fermare soltanto la pioggia o la neve, ma non il freddo e neppure il caldo: se per il primo vi vestite adeguatamente dalle scarpe e calze sino ad un adeguato copricapo e per il caldo non girate nelle ore più calde e vi idratate bene.

Parliamo ora di consumo di calorie. Di norma un dilettante pedala mediamente dalle due alle quattro ore, cosicché se nella prima non è necessario uso di apporti calorici e basta una buona colazione ricca di carboidarti, quando si supera tale livello è bene portarsi o fermarsi per ricostituire le calorie perdute, con gli zuccheri semplici o con le cosiddette barrette fondamentalmente costituite da zucchero semplice e composti liquidi a volontà. Non è necessario essere troppo sofisticati con prodotti miracolistici ben pubblicizzati od offerti da tutti i venditori di bici sportive, ma altrettanto e decisamente bisogna stare lontani da qualsiasi sostanza dopante (succede anche tra i medici).
A Bologna esiste un buon gruppo di medici che fa del ciclismo sportivo, i quali però non si sono mai organizzati autonomamente e si uniscono per lo più ad altri gruppi di professione, con prevalenza di avvocati e commercialisti. In genere sono gruppi abbastanza disomogenei per età e questo talvolta crea qualche difficoltà e precoci ritiri.

non mancano anche rare cicliste sportive che sono guardate, ingiustamente con un pò di sufficienza o benevolenza, sebbene in quanto a grinta non siano dammeno…, mentre in verità per le normali strade della città, con più o meno normali ed efficienti bici da passeggio, si osserva come la maggiore parte dei pedalotori non sia di sesso maschile ma di sesso femminile. chissà perché si è formata questa dicotomia su cui forse qualche collega potrebbe trarne qualche buona ed utile considerazione antropologico-psicologica.

La bici è e può divenire una passione che io raccomando anche per un modo salutistico con cui gestire la propria attività professionale se si riesce a superare, pensando alle delizie delle mezze stagioni, un pò di freddo o se si riesce a non sudare troppo d’estate (ci si può sempre organizzare per asciugarsi anche con una doccia e/o un cambio di vestiti sul lavoro) e si è infine abbastanza esperti e prudenti da non essere travolti dal traffico, dal pericolo dei “motorizzati”, e non da ultimo abbastanza sani (la colonna tra l’altro ne soffre un pò) con buona vista e udito, esperti e prudenti da saper cavalcare una bici, sapersi destreggiare tra i vari altri “impedimenti derimenti” stradali e difendersi da tutti i “Nemici della biciletta”.

Naturalmente da raccomandare altrettanto e per gli stessi motivi ai propri pazienti, anche per rafforzare, insieme alla consapevolezza dei vantaggi per le loro salute, la propria e l’altrui coscienza civica e “ciclistica”, ed essere alfieri e sostenitori con noi dello stesso messaggio da trasmettere in maniera energica alle autorità comunali e provinciali: affinché davvero aumentino sia delle razionali piste ciclabili sia mezzi di difesa per gli inermi ciclisti, ma anche stimolino il rispetto sociale e psicologico dovuto a quei cittadini che usano un mezzo così altamente ecologico-ambientalista, così capace di “sviluppare – nel contempo – le buone relazioni umane”. Un ultimo avvertimento: procurarsi una buona e spessa catena con altrettanto buon lucchetto da attaccare sempre (!) a qualsiasi impianto ben fisso: palo o grata che sia.

Di Dr. Pier Roberto Dal Monte.
Bollettino Notiziario dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontiatri di Bologna – N° 8 agosto 2009.

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